Libano

immagini e documentazione raccolta da quotidiani libanesi


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Crisi siriana e impatto sull’economia libanese

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Il museo del sapone di Sidone

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Il sapone 

Tra gli alberi che ricoprono le montagne libanesi, troviamo l’ulivo, pianta cosi’ preziosa, dai cui frutti, le olive, si ricava l’olio.Oltre che nella cucina libanese l’olio d’oliva e’ utilizzato anche  per la pulizia della pelle e per la salute. 

Si racconta che il sapone  fu scoperto da una donna  della montagna mentre sgrassava  la sua pentola con la cenere.Un’altra storia ancora attribuisce questa invenzione ai romani del Monte Sapo. Un giorno la pioggia  ha fatto colare la cenere  del fuoco sul terreno argilloso del fiume, qualcuno  provo’ a lavare  i suoi vestiti con questo miscuglio e scopri’ il sapone. 

All’inizio veniva utilizzata la cenere di una pianta che cresceva in Siria e in Giordania, la “salsola kali”, i beduini la bruciavano e poi vendevano la sua cenere ai fabbricanti di sapone. E’ stata poi sostituita dall’atroun, un composto chimico inquanto la salsola kali e’ diventata una pianta rara e le frontiere hanno messo un limite al nomadismo. 

La fabbricazione artigianale del sapone  e’ un procedimento lungo, un segreto trasmesso di padre in figlio. L’olio d’oliva viene versato in una vasca riscaldata con fuoco di legna (d’olivo, naturalmente). Quando l’olio e’ caldo si aggiunge la soda caustica  o atroun, questa sostanza aiuta la saponificazione, ossia la trasformazione dell’olio in sapone.Il composto viene mescolato con l’aiuto di una grande pala finche’ diventa giallastro, come una minestra di lenticchie. Non stupisce che in arabo la saponificazione venga chiamata “tabkha”, “la cucina”.Dopo tre giorni, l’impasto  viene  lavato con acqua fredda, l’acqua cola  sul fondo della vasca  e esce da un rubinetto portandosi via le impurita’. Quest’acqua veniva utilizzata nelle case per lavare i pavimenti, niente veniva buttato. Prima di decidere se la cottura e’ terminata si preleva un po’ di pasta, la si manipola per vederne la consistenza. Per profumare l’impasto si aggiunge l’olio di lauro, di gardenia, di lavanda, di gelsomino,  cannella, miele, chiodi di garofano.Le saponerie  hanno una grande superficie sulla quale viene versato l’impasto, viene usato del talco o grandi fogli di carta per impedire che il sapone si attacchi al suolo. Lo strato di impasto viene lisciato e misurato, lo spessore non deve superare  i 7 centimetri.La tappa seguente e’ la marchiatura del sapone. Prima di tagliare le saponette si traccia una griglia utilizzando una corda passata in una tintura rossa, tirata e poi lasciata, segna delle righe sull’impasto, si ripete l’operazione affinche’ tutto l’impasto viene suddiviso in quadrati.La pasta viene tagliata con un attrezzo che ricorda un’aratro utilizzato per arare i campi.L’attrezzo viene tirato seguendo le linee rosse tracciate.I piccoli cubi  vengono fatti seccare costruendo una torre di sapone, ognuna di circa 650 cubi. Dopo 40 giorni viene smontata e ricostruita, girando le facce dei cubi per esporlitutti all’azione dell’aria. Questa operazione viene ripetuta piu’ volte nell’arco di due mesi prima di mettere il sapone in sacchi di juta. I cubetti prima di essere venduti vengono levigati con una macchina, il sapone che viene tolto durante questa operazione viene raccolto e utilizzato come sapone in polvere per il bucato.La polvere di sapone puo’ anche essere mescolata con dell’acqua  per ottenere un impasto che viene pressato in forme di legno  per realizzare saponette decorative.Le saponette multicolori a forma di palla  sono una specialita’ di Tripoli. Vengono modellate con le mani e con l’aiuto di un rasoio arrotondato si liscia la superficie della sfera finche non luccica. 

Il sapone ai giorni nostri e’ fabbricato solamente da qualche famiglia  a Tripoli e Sidone.A Sidone, l’antica saponeria della famiglia Audi e’ stata trasformata in Museo del sapone, luogo magnifico, dove si puo’ vedere tutto il procedimento della fabricazione , passo dopo passo, dall’olivo all’hammam. 

L’hammam 

I bagni non sono sempre esistiti nelle case. I libanesi si recavano nell’ “hammam”  per lavarsi. L’hammam e’ conosciuto in occidente come “bagno turco”. Al tempo dei romani a Beirut esistevano 5 hammam, o terme.  

Quando ci si recava al bagno  si portava con se’ una scatola per il sapone, degli asciugamani e degli abiti puliti avvolti in un quadrato di tessuto, una spugna fatta di polpa di zucca seccata e un guanto per lavarsi. 

Passata la grande porta ci si ritrovava in una sala di soggiorno  chiamata ”mashlah”,  una sala dove ci si cambiava, si riposava dopo il bagno. Le scarpe venivano depositate  in nicchie e al loro posto si usavano i kabkabs, sandali in legno che proteggevano dal suolo caldo e scivoloso in pietra. Le kabkabs delle signore  decorate con madreperla e ivorio potevano raggiungere i 20 cm di altezza.Si entrava poi in una sala fredda chiamata dai romani “frigidarium” – la seconda sala  si chiamata “tepidarium”, veniva riempita di vapore e preparava  a passare al “caldarium” la “sala calda”. La traspirazione  intensa, aiuta a guarire  certe malattie come i reumatismi. Sulla cupola dell’hammam aperture incrostate di vetri colorati permettono alla luce di entrare. Dopo aver traspiarato ci si metteva davanti ad una vasca e ci si lavava usando una ciotola per cospargersi di acqua fresca e dopo il bagno ci si poteva far massaggiare con il guanto in lana di capra.In un epoca in cui non esistevano ne’ cinema , ne’ ristoranti, gli hammam erano un luogo  di ritrovo, dove si mangiava , giocava, beveva il caffe’e si fumava il narguile’.  Le donne soprattutto adoravano ritrovarsi  nell’hammam per farsi belle e chiacchierare.Nell’hammam c’era una massaggiatrice che le aiutava a lavarsi la schiena. Le donne hanno sempre avuto molto cura dei loro capelli e dopo averli lavati  si cospargevano la testa con un’argilla “beyloun” che li sgrassava  e li rendeva brillanti e morbidi. Infine per tingerli e fortificarli utilizzavano le foglie di henne’.Tutte le donne giovani  la vigilia del matrimonio si recavano all’hammam con amiche e parenti. Con l’henne’ si tingevano la pianta dei piedi e si ornavano le mani di motivi simbolici porta-fortuna. Sottolineavano la linea degli occhi con il kohl e si profumavano  di rosa, gelsomino o fiori d’arancio. Per scacciare  gli spiriti invidiosi della loro bellezza bruciavano l’incenso d’ambra, di muschio, di sandalo. Si trova ancora qualche hammam funzionante a Tripoli “Hammam el Abed” e a Sidone l’“Hammam el Ward”.

Ho tradotto in parte “De l’Olive au Hammam” di Youmna Jazzar Medlej – Edizioni Dar An-Nahar, 2006