Libano

immagini e documentazione raccolta da quotidiani libanesi


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Smentita di Amine Gemayel riguardo all’affare Dell’Utri

 

Secondo il quotidiano “La Repubblica” Marcello Dell’Utri sarebbe stato inviato a Beirut da Berlusconi, su richiesta di Vladimir Putin, per aiutare il capo del Kataëb nella corsa alla presidenza. L’Ufficio di Gemayel non desiderava commentare in quanto non era a corrente della situazione. Successivamente e’ arrivata una ferma smentita « Ces informations sont erronées et montées de toutes pièces et leur publication vise à leurrer l’opinion ».

http://www.lorientlejour.com/article/863278/gemayel-dement-tout-lien-avec-laffaire-marcello-dellutri.html


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Manifestazione a Beirut contro il sistema confessionale

Articolo pubblicato sul quotidiano online NOWLEBANON.com

Domenica, a Beirut, nella capitale libanese, migliaia di dimostranti hanno marciato per chiedere la fine del sistema confessionale del paese. Questa seconda dimostrazione che segue quella della settimana precedente.

Il popolo vuole la caduta del regime “, cantavano i manifestanti di tutte le età mentre marciavano alla sede dell’autorità di elettricità dello Stato.

“Il confessionalismo e’ l’oppio delle masse” e “Ribelliamoci per far cadere gli agenti del confessionalismo” si leggeva su alcuni striscioni della manifestazione.

leggi il resto

http://www.nowlebanon.com/NewsArticleDetails.aspx?ID=247461&MID=144&PID=2

video pubblicato sul sito del quotidiano libanese L’Orient Le Jour del 7 marzo 2011

http://www.lorientlejour.com/category/Liban/article/692524/Des_milliers_de_Libanais_reclament_%22la_chute_du_regime%22_confessionnel.html

L’accordo di Taëf, che  mette fine alla  guerra civile nel 1990 stipula che l’abolizione del confessionalismo politico e’ un obiettivo nazionale essenziale che esige per la sua realizzazione una azione programmata.  Il desiderio dei firmatari da allora e’ rimasto lettera morta.

leggi anche un’articolo sul destino del sistema confessionale in Libano

http://beirut7.blog.kataweb.it/2007/09/13/il-destino-delle-confessioni-in-libano-scenari-possibili/



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NOW LEBANON – QUOTIDIANO LIBANESE ONLINE – TRIPOLI AS A BATTELGROUND

http://nowlebanon.com/NewsArticleDetails.aspx?ID=218189&MID=0&PID=0

VIDEO – intervista agli abitanti di Tripoli

Gli abitanti di Tripoli discutono le tensioni confessionali nella loro città. Le tensioni sono alte in Libano, prima del rilascio di rinvii a giudizio da parte della sede all’AjaTribunale speciale per il Libano, che sta indagando sull’omicidio dell’ex Primo Ministro Rafik Hariri, avvenuta nel 2005, ucciso dall’esplosione di una massiccia carica di un  camion bomba.


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Discorso di Nasrallah venerdì

LBCI: Nasrallah to speak Friday  http://www.nowlebanon.com/NewsArticleDetails.aspx?ID=230073

Traduzione di parte dell’articolo pubblicato sul quotidiano libanese online NOWLEBANON

La televisione LBCI giovedì ha segnalato che il Segretario Generale di Hezbollah, Sayyed Hassan  Nasrallah farà un discorso venerdì sera.

Il comunicato ha aggiunto che  Nasrallah prima di parlare deve  attendere che  eventi interni e esteri siano chiariti. Il governo di unità nazionale e’ crollato mercoledì dopo che  Hezbollah e i suoi alleati hanno ritirato dieci ministri dal consiglio dei ministri e un ministro vicino al Presidente Michel Sleiman  ha annunciato il suo ritiro fornendo il numero necessario di dimissioni per far cadere il governo.


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Grave crisi politica in Libano

Le Monde 12.01.2011

Mercoledì 12 gennaio le dimissioni di undici ministri del governo tra cui dieci membri della coalizione di Hezbollah hanno fatto ripiombare il Libano in un periodo di tensione politica.

Dopo il 2008, e l’accordo di Doha tra maggioranza e opposizione, il paese non aveva  mai conosciuto una crisi così grave.

Il blocco 8 Marzo, composto dai partiti sciiti Amal e Hezbollah e dai partigiani dell’ex generale  cristiano Michel Aoun, attende da più settimane che il Primo Ministro, Saad Hariri, prenda le distanze dal Tribunale speciale per il Libano. Il Tribunale, incaricato di far luce sull’assassinio di Rafic Hariri del febbraio 2005, nei prossimi giorni dovrebbe lanciare delle accuse che potrebbero riguardare responsabili di Hezbollah.

L’esistenza di questo tribunale e’ causa di attrito tra i due principali blocchi della politica libanese. Da un lato, la coalizione 8 Marzo, dall’altro quella del 14 Marzo, composta da sunniti della Corrente del Futuro di Saad Hariri e di numerosi partiti cristiani.

Le posizioni dei due campi su questo argomento  sembrano inconciliabili.

Una mediazione siro-saudita e’ fallita questa settimana su pressione di Washington, assicura il blocco 8 Marzo. Il momento dell’annuncio della dimissione dei ministri, in pieno incontro tra Saad Hariri e Barack Obama, non e’ dovuto al caso.

leggi il resto: http://www.lemonde.fr/proche-orient/article/2011/01/12/le-liban-face-a-une-grave-crise-politique_1464857_3218.html


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Seminario sul diritto della donna libanese a trasmettere la nazionalita’ ai figli

L’Orient Le Jour  12 marzo 2009

 “L’ emendamento della legge sulla nazionalita’’, era il tema discusso ieri da un centinaio di rappresentanti di ONG convenute ad un seminario organizzato dai responsabili del progetto PNUD (Programma Nazioni Unite per lo Sviluppo)

“ I diritti delle donne libanesi e la legge sulla nazionalita’”.

A seguito dell’azione di diverse organizzazioni, con a capo “le Comite’ de suivi des affires de la femme libanese et le Consil de la femme liabanese”, come pure l’azione di diversi parlamentari,  il Parlamento dovrebbe adottare un progetto di legge nei prossimi mesi. Dovrebbe modificare leggermente la legge sulla nazionalita’ datata 1925, particolarmente la parte che riguarda il diritto della donna a trasmettere la nazionalita’ ai suoi figli.A questo proposito, la legge libanese , che e’ una legge di sangue riguardo alla nazionalita’, e’ discriminatoria nei confronti delle donne , impedendo loro di dare la loro nazionalita’ ai loro figli e mariti.Secondo diverse fonti, il testo di legge attualmente in gestazione dovrebbe permettere alle donne di trasmettere la nazionalita’ libasese ai propri figli con qualche eccezione.Sembra che per  rassicurare I libanesi  che temono l’insediamento dei Palestinesi, il testo che sara’ adottato impedirebbe quelle che sono sposate a rifugiati palestinesi di concedere la  la nazionalita’ ai propri  figli. Pertanto queste donne secondo uno studio dell’Agenzia delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (PNUD), non costituiscono che il 3% delle libanesi  sposate con uno straniero. Al contrario gli uomini libanesi sposati con una  rifugiata palestinese trasmetto la  nazionalita’ alle loro donne e ai loro figli.  Questo e’ in vigore dalla creazione dello Stato di Israele nel 1948 e non influisce sul concetto di diritto al ritorno alle loro terre di origine che hanno le libanesi e i rifugiati palestinesi . 

Legge discriminatoria[…] Ieri, dunque nell’inaugurare la sessione, la presidente del Comite’ de suivi des affaires des femme libanaise , Amane Kabbara Chaarani, ha messo l’accento sull’attivita’ intraprese dall’organizzazione che rappresenta  “ e che mira a  sensibilizzare la popolazione  sulle leggi discriminatorie  verso le donne, particolarmente quelle  relative alla nazionalita’, alla Sicurezza  sociale e allo stato civile  pure al codice del lavoro e penale”.Grazie aulla campagna effettuata in tutto il paese, “ il comitato ha potuto censire un importante numero di donne sposate a stranieri” sottoneando che “ il fatto di non dare ai figli della donna libanese la nazionalita’ della loro mamma, soprattutto se vivono in Libano, crea numerosi problemi, relativamente all’integrazione alla vita attiva, all’ospedalizzazione,all’educazione e alla Sicurezza sociale”.  

Prendendo la parola, la rappresentatnte permanete dell’Agenzia delle Nazioni Unite per lo Sviluppo PNUD, in Libano, Marta Ruedas, ha sottolineato che “l’eguaglianza tra uomini e donne e’ assicurata dalla Costituzione in Libano, se le donne non sono riconosciute interamente come cittadine non potranno mai partecipare allo sviluppo delle loro famiglie, delle loro comunita’ e societa’.Ha indicato inoltre che nel 2008, “nell’ambito del progetto relativo ai diritti  delle donne libanesi e la legge sulla nazionalita’, progetto  scaglionato in due anni, l’Agenzia delle Nazioni Unite per lo Sviluppo,  PNUD,  ha iniziato la coordianzione con il comitato  de suivi des affires des femmes”.“Obiettivo di questo progetto e’ emendare la legge al fine di permettere alle donne di trasmettere la nazionalita’ ai loro figli e mariti” ha dichiarato, notando che  “le leggi sono state modificate in  altri paesi arabi, come l’Egitto, il Marocco, l’Algeria e la Tunisia”.Da parte sua, il Ministro dell’Interno Ziyad Baroud, ha ricordato che “il Libano ha aderito nel 1996  alla convenzione per l’abolizione di tutte le forme di discriminazione verso le donne adottando  riserve concernenti l’art. 4 della legge 16 sulla nazionalita’”. “Riserve  erano state ugualmente adottate  nei confronti di articoli  di questa  convenzione  riguardanti la legge sullo stato civile  che e’ monopolio  delle diverse comunita’ religiose del paese” ha aggiunto.Ha spiegato che nel corso degli anni, certi tribunali  avevano interpretato l’articolo 4 della legge  in modo  di  permettere  alle libanesi sposate a stranieri  il cui coniuge era deceduto di trasmettere la nazionalita’ ai loro figli.Baroud ha sottolineato  che la legge  adottata nel 1925 sulla nazionalita’ e’ contraria alla Costituzione adottata nel 1926 e che garantisce l’uguaglianza  dei cittadini libanesi di fronte alla Legge. Ha aggiunto che la nuova legge  sara’ adottata  con tutti I requisiti (garde-fous) necessari e sara’ conforme alla Costituzione libanese.

Le musulmane piu’ numerose  nel sposare  stranieri di paesi arabi

Riguardo ai lavori del progetto PNUD  avviati nel 2008 e scaglionati su due anni, essi  comprendono  uno studio  sulla situazione delle donne  libanesi sposate a stranieri, seminari per discutere I risultati di questi  studi, un testo di legge che dovra’ essere sottoposto  al Parlamento e la formazione di una lobby di ONG impegnata a far rispettare I diritti delle donne.Riportiamo qualche risultato di uno studio  preliminare effettuato  presso  26 istitutzioni religiose e statali concernenti al donna  libanese sposata a starnieri.  Questo censimento copre un periodo  che va dal 1996 al 2008 e ingloba  17860 libanesi sposate  a stranieri e aventi registrato il matrimonio in Libano.“8,2% delle musulmane sono  sposate a stranieri, il 2% e’ il tasso delle cristiane sposate a starnieri”, sottolinea lo studio  che non prende in considerazione  I matrimoni non registrati in  Libano.  E’ il caso di molti matrimoni misti tra libanesi e occidental. Secondo    I dati disponibili,  tra le donne  musulmane sposate a stranieri, l’81,8% sono sposate ad  Arabi, il 9,1% ad Europei e il 4,7% ad Americani.Riguardo alle cristiane sposate a stranieri, il 50,2% di loro sono sposate ad Arabi, il 25,6% ad Europei e il 16,3% ad Americani. 

http://beirut7.blog.kataweb.it/2009/01/15/lacquisizione-della-cittadinanza-libanese/


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La presa in carico dei malati in fin di vita

 

L’Orient Le Jour, febbraio 09 traduzione articolo di Nada Merhi

“La presa in carico dei malati in fin di vita” nuovamente all’ordine del giorno

Conferenza La presa in carico dei pazienti in fin di vita, soggetto che non finisce di suscitare il dibattito sul piano etico. Questo tema e’ nuovamente all’ordine del giorno nel quadro di un incontro organizzato all’ospedale Hotel Dieu de France.

Relatori, medici, infermieri, e specialisti in etica medicale si sono riuniti venerdi’ all’ospedale Hotel Dieu de France(HDF) per dibattere sul tema: ”I malati in fin di vita” agire per il bene della persona”. Una conferenza, nel corso della quale e’ anche stata  anche presentata l’esperienza di quattro anni,  condotta  in questo ambito e con obiettivo principale di studiare il miglioramento della qualita’ della vita e la presa in carico del malato in fin di vita, all’HDF e alla Maison Notre Dame des  soeurs des Saint Coeurs a Hadath.

Il termine di “malato in fin di vita” o di “morente” fa appello ad una esperienza umana comune, quella di constatare che la morte diviene una realta’ imminente” sottolinea Padre Nader Michel s.i., moderatore dell’equipe di lavoro. Citando il Padre  Patrick Vespieren j., direttore del dipartimento di bioethica al Centre Sevres, il Padre Nader ha spiegato che “in termini medici, un paziente e’ in fin di vita e’ in fase terminale della malattia “ , dunque  “si riconosce l’arrivo imminente della morte”.

“Questo stato non e’ unicamente fondato sull’esperienza acquisita delle persone, ma ugualmente sulla scienza medica, prosegue  Padre Nader. Richiede un attenzione speciale da parte dell’equipe curante e dell’ambiente familiare e sociale del malato, per comprendere  la particolarita’ di questa situazione, quello che implica e il modo di gestirla. Possiamo distinguere due categorie di problemi legati a questa situazione, il primo riguarda il rapporto  con il malato dal punto di vista personale e relazionale. Il secondo riguarda l’attivita’ terapeutica  nei riguardi del malato.”

L’informazione  al “morente”

Facendo riferimento ad un documento emesso dal consiglio nazionale dell’ordine dei medici  in Francia, Padre Nader  spiega che “normalmente il malato deve essere informato sulla sua situazione, per poter  riacquistare il suo stato di salute e permettergli di acconsentire liberamente  alle cure  che gli vengono proposte.

E prosegue, “questo e’ particolarmente  vero in fin di vita ed e’ ugualmente importante da un lato far partecipare il malato  alle decisioni terapeutiche che saranno rpese e dall’altro alto di permettere di prepararsi psicologicamente al processo  di  partire e lasciare i propri cari”.

Questa insistenza sull’informazione del malato la si rtrova in altri documenti del Consiglio d’Europa che  appellandosi  “a rispettare la volonta’ del malato fino alla fine soprattutto per quanto concerne il trattamento da applicare”, e a proteggere “il diritto del malato incurabile e morente all’autodeterminazione”, “ dandogli un’informazione vera e completa, ma comunicata con passione, sul loro stato di salute, rispettando il desiderio che puo’ avere una persona di non essere informata”

Una istanza simile sull’informazione al malato si ritrova ugualmente  nei documenti emessi dalla Chiesa cattolica,  quali la “Dichiarazione sull’Eutanasia” (1980).   Documento che si appella a far partecipare il malato alle decisioni che lo riguardano offrendogli un’informazione  appropriata e adeguata sul sulle sue condizioni di salute.

Cambiamento di priorita’

Padre Nader si e’ a lungo attardato sulla gerarchia di priorita’ in stadio terminale della malattia, quali quelle  sottolineate  nei documenti emessi dalla Chiesa cattolica e dal Consiglio d’Europa.

Questi testi che rischiano  di far passare “le condizioni di vita di chi sta morendo in secondo piano, nel rifiuto di rendere giustizia  alla sua solitudine e alla sua sofferenza, come pure  quelle dei suoi  cari e di chi cura”, attirano l’attenzione sul progresso tecnologico e lo sviluppo della rianimazione.

“Questo stato di fine vita esige dunque, un attenzione particolare  nei riguardi del malato, a livello medico e relazionale”, insiste Padre Nader, che evidenzia che  in fin di vita “s’impone una gerarchizzazione delle priorita’ che significa che la qualita’ della vita primeggia sul suo prolungamento, divenuto possibile  a causa di tecniche  mediche  che potrebbero essere pesanti ed a volte meno umane”.,  che

La questione dell’accanimento terapeutico viene sollevata  in questo stadio. La Dichiarazione sull’eutansia e’ chiara riguardo a questi aspetti e affronta l’astensione dalle cure  indicando che  “nell’imminenza di una morte inevitabile, malgrado i mezzi impiegati, e’ permesso in coscienza di prendere la decisione di rinunciare a trattamenti  che non procurano che  un rinvio  precario e pensoso, senza interrompere  pertanto le cure normali di un malato  in casi simili.”

“IL medico  non potrebbe allora  rimproverarsi di non assistere una persona in pericolo “ sottolinea il documento.

Protocollo da seguire

I problemi quotidiani in fin di vita sono stati ugualmente sposti da Padre Nader che ha  presentato inoltre  un protocollo  che non e’ altro che  un aiuto alla valutazione e alla decisione  per un etica della responsabilita’. Questo, consiste essenzialmente  “in un esercizio  strutturato di comunicazione interdisciplinare con il paziente e la sua famiglia  all’inizio della fase di fine vita’”.

Questo protocollo, ampiamente  presentato dal Dr Georges Dabar, rianimatore all’ospedale HDF, permetterebbe di salvaguardare un quadro relazionale inerente il rispetto della dignita’ umana e di procurare al paziente le cure appropriate”.

Ugualmente all’ordine del giorno di quest’incontro, i risultati di uno studio condotto  all’ospedale sul vissuto e il sentire di chi cura rispetto ai casi di fine vita, presentato  dalla Dottoressa Patrizia Yazbeck, anestesista e direttrice  degli affari medici a l’HDF.

Un gruppo congiunto di medici e infermiere dell’HDF e della Maison Notre-Dame hanno condiviso le loro esperienze con l’attuazione della procedura di sostegno alla decisione in fine vita  nei servizi di  rianimazione, e di emato-oncologia.

La riunione e’ stata conclusa con l’intervento di Padre  Jean Ducruet s.j., presidente del Centre d’ethique universitarie e rettore emerito dell’Universita’ Saint Joseph, che  ha fatto il punto sull’aspetto legale della questione  e messo l’accento sul dilemma  che si pone  ai medici  nel momento in cui  si tratta di fare scelte terapeutiche  complesse  in caso di malati in fin di vita.

Tocca a padre Ducruet concludere  insistendo sulla nozione di proporzionalita’ delle cure come definito dal Papa Giovanni Paolo II nell’”Enciclica sul valore e l’inviolabilita’ della vita umana”, che ha insistito sulla necessita’ di risolvere i  problemi che pone la situazione del paziente in fin di vita in funzione  del benessere del malato.

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Alcuni collegamenti

CONSIGLIO D’EUROPA

http://www.coe.int/DefaultIT.asp

Commissione Affari sociali AP adotta testo su assistenza malati in fin di vita [17/12/2004]La Commissione Affari sociali dell’APCE, riunita oggi a Parigi, ha adottato un progetto di risoluzione sull’accompagnamento dei malati in fin di vita. Il testo, redatto da Dick Marty (Svizzera, LDR) propone che gli Stati membri del Consiglio d’Europa definiscano ed attuino “una vera politica di accompagnamento ai malati in fin di vita che non susciti il desiderio del malato di mettere fine ai suoi giorni”. A questo scopo propone misure quali la promozione di cure palliative, senza dimenticare che il loro obiettivo è alleviare la sofferenza del malato, “con la consapevolezza che, in alcuni casi, contribuiscano ad abbreviare la loro vita” e la definizione di codice di etica medica per evitare l’attuazione di inutili terapie che possono rientrare sotto la nozione di ‘accanimento terapeutico’. Il testo ricorda il diritto del malato “capace di discernimento, di rifiutare con coscienza di causa le terapie proposte” http://www.coe.int/NewsSearch/Default.asp?p=nwz&id=5642&lmLangue=5

http://assembly.coe.int/ASP/APFeaturesManager/defaultArtSiteView.asp?ArtId=119

http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/encyclicals/documents/hf_jp-ii_enc_25031995_evangelium-vitae_it.html

Evangelium vitae Johannes paulus PP.II

ai vescovi ai presbiteri e ai diaconi
ai religiosi e alle religiose
ai fedeli laici e a tutte le persone di buona volontà
sul valore e l’inviolabilità della vita umana
1995.03.2565. Per un corretto giudizio morale sull’eutanasia, occorre innanzitutto chiaramente definirla. Per eutanasia in senso vero e proprio si deve intendere un’azione o un’omissione che di natura sua e nelle intenzioni procura la morte, allo scopo di eliminare ogni dolore. «L’eutanasia si situa, dunque, al livello delle intenzioni e dei metodi usati».76

Da essa va distinta la decisione di rinunciare al cosiddetto «accanimento terapeutico», ossia a certi interventi medici non più adeguati alla reale situazione del malato, perché ormai sproporzionati ai risultati che si potrebbero sperare o anche perché troppo gravosi per lui e per la sua famiglia. In queste situazioni, quando la morte si preannuncia imminente e inevitabile, si può in coscienza «rinunciare a trattamenti che procurerebbero soltanto un prolungamento precario e penoso della vita, senza tuttavia interrompere le cure normali dovute all’ammalato in simili casi».77 Si dà certamente l’obbligo morale di curarsi e di farsi curare, ma tale obbligo deve misurarsi con le situazioni concrete; occorre cioè valutare se i mezzi terapeutici a disposizione siano oggettivamente proporzionati rispetto alle prospettive di miglioramento. La rinuncia a mezzi straordinari o sproporzionati non equivale al suicidio o all’eutanasia; esprime piuttosto l’accettazione della condizione umana di fronte alla morte.78

Nella medicina moderna vanno acquistando rilievo particolare le cosiddette «cure palliative», destinate a rendere più sopportabile la sofferenza nella fase finale della malattia e ad assicurare al tempo stesso al paziente un adeguato accompagnamento umano. In questo contesto sorge, tra gli altri, il problema della liceità del ricorso ai diversi tipi di analgesici e sedativi per sollevare il malato dal dolore, quando ciò comporta il rischio di abbreviargli la vita. Se, infatti, può essere considerato degno di lode chi accetta volontariamente di soffrire rinunciando a interventi antidolorifici per conservare la piena lucidità e partecipare, se credente, in maniera consapevole alla passione del Signore, tale comportamento «eroico» non può essere ritenuto doveroso per tutti. Già Pio XII aveva affermato che è lecito sopprimere il dolore per mezzo di narcotici, pur con la conseguenza di limitare la coscienza e di abbreviare la vita, «se non esistono altri mezzi e se, nelle date circostanze, ciò non impedisce l’adempimento di altri doveri religiosi e morali».79 In questo caso, infatti, la morte non è voluta o ricercata, nonostante che per motivi ragionevoli se ne corra il rischio: semplicemente si vuole lenire il dolore in maniera efficace, ricorrendo agli analgesici messi a disposizione dalla medicina. Tuttavia, «non si deve privare il moribondo della coscienza di sé senza grave motivo»: 80 avvicinandosi alla morte, gli uomini devono essere in grado di poter soddisfare ai loro obblighi morali e familiari e soprattutto devono potersi preparare con piena coscienza all’incontro definitivo con Dio.

Fatte queste distinzioni, in conformità con il Magistero dei miei Predecessori 81 e in comunione con i Vescovi della Chiesa cattolica, confermo che l’eutanasia è una grave violazione della Legge di Dio, in quanto uccisione deliberata moralmente inaccettabile di una persona umana. Tale dottrina è fondata sulla legge naturale e sulla Parola di Dio scritta, è trasmessa dalla Tradizione della Chiesa ed insegnata dal Magistero ordinario e universale.82

Una tale pratica comporta, a seconda delle circostanze, la malizia propria del suicidio o dell’omicidio.

Una mia opinione personale

Il caso di Eluana Englaro e’ stato secondo me quanto di piu’ mostruoso, violento, inaudito una persona poteva fare nei confronti di una persona in stato vegetativo da 17 anni e della sua famiglia –Come hanno potuto, persone che si dichiarano  cristiane, cattoliche  fare una cosa simile, completamente prima di empatia, di solidarieta’ di amore per queste persone. Io rivendico la liberta’ per loro (cristiani e calttolici integralisti) a poter scegliere di  vivere come ha vissuto Eluana se e’ questo che desiderano ma rivendico la mia liberta’e quella di altri  a fare altre scelte.

Ammiro il padre di Eluana per il suo grande coraggio e la sua grande forza e sono vicina a lui e alla madre per il grande dolore e la sofferenza vissuta.

Mi chiedo come i governi italiani abbiano potuto permettere situazioni dolorose di questo genere (sono purtroppo ancora molte le persone in queste condizioni) e come allo stesso tempo possano schierarsi in difesa della vita –

Considero soprattutto i cattolici praticanti, integralisti e  decisamente  feroci e violenti, i primi a non amare gli altri e la vita, che Dio mi salvi da loro.

Mi sono sempre dichiarata cattolica ma sto pensando che forse e’ meglio allontanarsi da una chiesa disumana.

Rivendico con forza il diritto a disporre della mia vita e a non voler essere sottoposta a inutili torture (anche la tortura e’ contro la vita) per me e per i miei familiari.

Mi viene un dubbio, nel nostro mondo in cui tutto e’ in funzione dell’economia, forse anche dietro questa lotta contro eutanasia e per la difesa dell’accanimento terapeutico vi sono interessi  economici – Le 40 cliniche private che esistono in Italia da chi sono finanziate, chi ci guadagna in tutto questo?

E’ la persona che interessa e anche il suo benessere oppure il mercato che c’e’ intorno a tutte queste situazioni disperate?

Le resistenze dei politici della Casa delle Liberta’ (di quali liberta’ parlano? Di quella  per molti di andare all’estero a morire e della condanna per altri a morire di tortura in Italia? Oppure parlano della loro liberta’ di fare quello che vogliono?) mi fa pensare che siano gli interessi economici a spingere certe scelte.