Libano

immagini e documentazione raccolta da quotidiani libanesi


2014 donne libanesi e diritto di cittadinanza

La trasmissione del diritto di cittadinanza ai figli e al marito e’ tuttora negato alle donne libanesi – Una donna libanese che si sposa con uno straniero, nel momento in cui mette al mondo un figlio non puó trasmettergli la cittadinanza  ed e’ costretta a rinnovargli il permesso di soggiorno ogni tre anni, e’ costretta a mettersi in coda con gli stranieri per avere il rinnovo del permesso di soggiorno.

http://www.lorientlejour.com/multimedia/583-le-ras-le-bol-des-libanaises-qui-ne-peuvent-transmettre-leur-nationalite-randa-awada-3-3


Libano: Denuncia del centro libanese per i diritti umani “Un militare tortura una domestica”

Articolo pubblicato sul quotidiano L’Orient Le Jour del 9 aprile 2013

http://www.lorientlejour.com/article/809144/liban-un-militaire-torture-une-employee-de-maison-denonce-le-cldh.html

“Nonostante le denunce, e le tracce di tortura sul suo corpo, la cameriera è stata condannata a un anno di carcere per furto”

Il Centro Libanese per i Diritti Umani (CLDH) riferisce che un militare dell’esercito libanese ha torturato una domestica sospettata di aver rubato la sua arma di servizio e  dei gioielli a casa.

Il militare inizialmente aveva sospettato di piu’ persone del furto, tra cui la cameriera che affermava di non aver preso  i beni rubati, dice la nota, aggiungendo: “Quindici giorni dopo la rapina,il militare  avrebbe portato in una casa di campagna con molte altre persone la ragazza e l’avrebbe appesa a testa in giù in bagno con le manette. Avrebbe scosse elettriche Per gran parte della notte l’avrebbe torturata con scariche elettriche e provocato scottature con un coltello rovente fino a quando non accettava di incolparsi del reato.”

E’ stata condannata a 12 mesi di reclusione e il militare al termine della pena ha anche rifiutato di pagarle il suo biglietto d’aereo per  farla rientrare nel suo paese.

La Cldh chiede l’apertura di un’inchiesta.

leggi anche:

http://beirut7.blog.kataweb.it/2008/06/06/lo-sfruttamento-dei-lavoratori-migranti-in-libano-iii-parte/


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Seminario sul diritto della donna libanese a trasmettere la nazionalita’ ai figli

L’Orient Le Jour  12 marzo 2009

 “L’ emendamento della legge sulla nazionalita’’, era il tema discusso ieri da un centinaio di rappresentanti di ONG convenute ad un seminario organizzato dai responsabili del progetto PNUD (Programma Nazioni Unite per lo Sviluppo)

“ I diritti delle donne libanesi e la legge sulla nazionalita’”.

A seguito dell’azione di diverse organizzazioni, con a capo “le Comite’ de suivi des affires de la femme libanese et le Consil de la femme liabanese”, come pure l’azione di diversi parlamentari,  il Parlamento dovrebbe adottare un progetto di legge nei prossimi mesi. Dovrebbe modificare leggermente la legge sulla nazionalita’ datata 1925, particolarmente la parte che riguarda il diritto della donna a trasmettere la nazionalita’ ai suoi figli.A questo proposito, la legge libanese , che e’ una legge di sangue riguardo alla nazionalita’, e’ discriminatoria nei confronti delle donne , impedendo loro di dare la loro nazionalita’ ai loro figli e mariti.Secondo diverse fonti, il testo di legge attualmente in gestazione dovrebbe permettere alle donne di trasmettere la nazionalita’ libasese ai propri figli con qualche eccezione.Sembra che per  rassicurare I libanesi  che temono l’insediamento dei Palestinesi, il testo che sara’ adottato impedirebbe quelle che sono sposate a rifugiati palestinesi di concedere la  la nazionalita’ ai propri  figli. Pertanto queste donne secondo uno studio dell’Agenzia delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (PNUD), non costituiscono che il 3% delle libanesi  sposate con uno straniero. Al contrario gli uomini libanesi sposati con una  rifugiata palestinese trasmetto la  nazionalita’ alle loro donne e ai loro figli.  Questo e’ in vigore dalla creazione dello Stato di Israele nel 1948 e non influisce sul concetto di diritto al ritorno alle loro terre di origine che hanno le libanesi e i rifugiati palestinesi . 

Legge discriminatoria[…] Ieri, dunque nell’inaugurare la sessione, la presidente del Comite’ de suivi des affaires des femme libanaise , Amane Kabbara Chaarani, ha messo l’accento sull’attivita’ intraprese dall’organizzazione che rappresenta  “ e che mira a  sensibilizzare la popolazione  sulle leggi discriminatorie  verso le donne, particolarmente quelle  relative alla nazionalita’, alla Sicurezza  sociale e allo stato civile  pure al codice del lavoro e penale”.Grazie aulla campagna effettuata in tutto il paese, “ il comitato ha potuto censire un importante numero di donne sposate a stranieri” sottoneando che “ il fatto di non dare ai figli della donna libanese la nazionalita’ della loro mamma, soprattutto se vivono in Libano, crea numerosi problemi, relativamente all’integrazione alla vita attiva, all’ospedalizzazione,all’educazione e alla Sicurezza sociale”.  

Prendendo la parola, la rappresentatnte permanete dell’Agenzia delle Nazioni Unite per lo Sviluppo PNUD, in Libano, Marta Ruedas, ha sottolineato che “l’eguaglianza tra uomini e donne e’ assicurata dalla Costituzione in Libano, se le donne non sono riconosciute interamente come cittadine non potranno mai partecipare allo sviluppo delle loro famiglie, delle loro comunita’ e societa’.Ha indicato inoltre che nel 2008, “nell’ambito del progetto relativo ai diritti  delle donne libanesi e la legge sulla nazionalita’, progetto  scaglionato in due anni, l’Agenzia delle Nazioni Unite per lo Sviluppo,  PNUD,  ha iniziato la coordianzione con il comitato  de suivi des affires des femmes”.“Obiettivo di questo progetto e’ emendare la legge al fine di permettere alle donne di trasmettere la nazionalita’ ai loro figli e mariti” ha dichiarato, notando che  “le leggi sono state modificate in  altri paesi arabi, come l’Egitto, il Marocco, l’Algeria e la Tunisia”.Da parte sua, il Ministro dell’Interno Ziyad Baroud, ha ricordato che “il Libano ha aderito nel 1996  alla convenzione per l’abolizione di tutte le forme di discriminazione verso le donne adottando  riserve concernenti l’art. 4 della legge 16 sulla nazionalita’”. “Riserve  erano state ugualmente adottate  nei confronti di articoli  di questa  convenzione  riguardanti la legge sullo stato civile  che e’ monopolio  delle diverse comunita’ religiose del paese” ha aggiunto.Ha spiegato che nel corso degli anni, certi tribunali  avevano interpretato l’articolo 4 della legge  in modo  di  permettere  alle libanesi sposate a stranieri  il cui coniuge era deceduto di trasmettere la nazionalita’ ai loro figli.Baroud ha sottolineato  che la legge  adottata nel 1925 sulla nazionalita’ e’ contraria alla Costituzione adottata nel 1926 e che garantisce l’uguaglianza  dei cittadini libanesi di fronte alla Legge. Ha aggiunto che la nuova legge  sara’ adottata  con tutti I requisiti (garde-fous) necessari e sara’ conforme alla Costituzione libanese.

Le musulmane piu’ numerose  nel sposare  stranieri di paesi arabi

Riguardo ai lavori del progetto PNUD  avviati nel 2008 e scaglionati su due anni, essi  comprendono  uno studio  sulla situazione delle donne  libanesi sposate a stranieri, seminari per discutere I risultati di questi  studi, un testo di legge che dovra’ essere sottoposto  al Parlamento e la formazione di una lobby di ONG impegnata a far rispettare I diritti delle donne.Riportiamo qualche risultato di uno studio  preliminare effettuato  presso  26 istitutzioni religiose e statali concernenti al donna  libanese sposata a starnieri.  Questo censimento copre un periodo  che va dal 1996 al 2008 e ingloba  17860 libanesi sposate  a stranieri e aventi registrato il matrimonio in Libano.“8,2% delle musulmane sono  sposate a stranieri, il 2% e’ il tasso delle cristiane sposate a starnieri”, sottolinea lo studio  che non prende in considerazione  I matrimoni non registrati in  Libano.  E’ il caso di molti matrimoni misti tra libanesi e occidental. Secondo    I dati disponibili,  tra le donne  musulmane sposate a stranieri, l’81,8% sono sposate ad  Arabi, il 9,1% ad Europei e il 4,7% ad Americani.Riguardo alle cristiane sposate a stranieri, il 50,2% di loro sono sposate ad Arabi, il 25,6% ad Europei e il 16,3% ad Americani. 

http://beirut7.blog.kataweb.it/2009/01/15/lacquisizione-della-cittadinanza-libanese/


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La presa in carico dei malati in fin di vita

 

L’Orient Le Jour, febbraio 09 traduzione articolo di Nada Merhi

“La presa in carico dei malati in fin di vita” nuovamente all’ordine del giorno

Conferenza La presa in carico dei pazienti in fin di vita, soggetto che non finisce di suscitare il dibattito sul piano etico. Questo tema e’ nuovamente all’ordine del giorno nel quadro di un incontro organizzato all’ospedale Hotel Dieu de France.

Relatori, medici, infermieri, e specialisti in etica medicale si sono riuniti venerdi’ all’ospedale Hotel Dieu de France(HDF) per dibattere sul tema: ”I malati in fin di vita” agire per il bene della persona”. Una conferenza, nel corso della quale e’ anche stata  anche presentata l’esperienza di quattro anni,  condotta  in questo ambito e con obiettivo principale di studiare il miglioramento della qualita’ della vita e la presa in carico del malato in fin di vita, all’HDF e alla Maison Notre Dame des  soeurs des Saint Coeurs a Hadath.

Il termine di “malato in fin di vita” o di “morente” fa appello ad una esperienza umana comune, quella di constatare che la morte diviene una realta’ imminente” sottolinea Padre Nader Michel s.i., moderatore dell’equipe di lavoro. Citando il Padre  Patrick Vespieren j., direttore del dipartimento di bioethica al Centre Sevres, il Padre Nader ha spiegato che “in termini medici, un paziente e’ in fin di vita e’ in fase terminale della malattia “ , dunque  “si riconosce l’arrivo imminente della morte”.

“Questo stato non e’ unicamente fondato sull’esperienza acquisita delle persone, ma ugualmente sulla scienza medica, prosegue  Padre Nader. Richiede un attenzione speciale da parte dell’equipe curante e dell’ambiente familiare e sociale del malato, per comprendere  la particolarita’ di questa situazione, quello che implica e il modo di gestirla. Possiamo distinguere due categorie di problemi legati a questa situazione, il primo riguarda il rapporto  con il malato dal punto di vista personale e relazionale. Il secondo riguarda l’attivita’ terapeutica  nei riguardi del malato.”

L’informazione  al “morente”

Facendo riferimento ad un documento emesso dal consiglio nazionale dell’ordine dei medici  in Francia, Padre Nader  spiega che “normalmente il malato deve essere informato sulla sua situazione, per poter  riacquistare il suo stato di salute e permettergli di acconsentire liberamente  alle cure  che gli vengono proposte.

E prosegue, “questo e’ particolarmente  vero in fin di vita ed e’ ugualmente importante da un lato far partecipare il malato  alle decisioni terapeutiche che saranno rpese e dall’altro alto di permettere di prepararsi psicologicamente al processo  di  partire e lasciare i propri cari”.

Questa insistenza sull’informazione del malato la si rtrova in altri documenti del Consiglio d’Europa che  appellandosi  “a rispettare la volonta’ del malato fino alla fine soprattutto per quanto concerne il trattamento da applicare”, e a proteggere “il diritto del malato incurabile e morente all’autodeterminazione”, “ dandogli un’informazione vera e completa, ma comunicata con passione, sul loro stato di salute, rispettando il desiderio che puo’ avere una persona di non essere informata”

Una istanza simile sull’informazione al malato si ritrova ugualmente  nei documenti emessi dalla Chiesa cattolica,  quali la “Dichiarazione sull’Eutanasia” (1980).   Documento che si appella a far partecipare il malato alle decisioni che lo riguardano offrendogli un’informazione  appropriata e adeguata sul sulle sue condizioni di salute.

Cambiamento di priorita’

Padre Nader si e’ a lungo attardato sulla gerarchia di priorita’ in stadio terminale della malattia, quali quelle  sottolineate  nei documenti emessi dalla Chiesa cattolica e dal Consiglio d’Europa.

Questi testi che rischiano  di far passare “le condizioni di vita di chi sta morendo in secondo piano, nel rifiuto di rendere giustizia  alla sua solitudine e alla sua sofferenza, come pure  quelle dei suoi  cari e di chi cura”, attirano l’attenzione sul progresso tecnologico e lo sviluppo della rianimazione.

“Questo stato di fine vita esige dunque, un attenzione particolare  nei riguardi del malato, a livello medico e relazionale”, insiste Padre Nader, che evidenzia che  in fin di vita “s’impone una gerarchizzazione delle priorita’ che significa che la qualita’ della vita primeggia sul suo prolungamento, divenuto possibile  a causa di tecniche  mediche  che potrebbero essere pesanti ed a volte meno umane”.,  che

La questione dell’accanimento terapeutico viene sollevata  in questo stadio. La Dichiarazione sull’eutansia e’ chiara riguardo a questi aspetti e affronta l’astensione dalle cure  indicando che  “nell’imminenza di una morte inevitabile, malgrado i mezzi impiegati, e’ permesso in coscienza di prendere la decisione di rinunciare a trattamenti  che non procurano che  un rinvio  precario e pensoso, senza interrompere  pertanto le cure normali di un malato  in casi simili.”

“IL medico  non potrebbe allora  rimproverarsi di non assistere una persona in pericolo “ sottolinea il documento.

Protocollo da seguire

I problemi quotidiani in fin di vita sono stati ugualmente sposti da Padre Nader che ha  presentato inoltre  un protocollo  che non e’ altro che  un aiuto alla valutazione e alla decisione  per un etica della responsabilita’. Questo, consiste essenzialmente  “in un esercizio  strutturato di comunicazione interdisciplinare con il paziente e la sua famiglia  all’inizio della fase di fine vita’”.

Questo protocollo, ampiamente  presentato dal Dr Georges Dabar, rianimatore all’ospedale HDF, permetterebbe di salvaguardare un quadro relazionale inerente il rispetto della dignita’ umana e di procurare al paziente le cure appropriate”.

Ugualmente all’ordine del giorno di quest’incontro, i risultati di uno studio condotto  all’ospedale sul vissuto e il sentire di chi cura rispetto ai casi di fine vita, presentato  dalla Dottoressa Patrizia Yazbeck, anestesista e direttrice  degli affari medici a l’HDF.

Un gruppo congiunto di medici e infermiere dell’HDF e della Maison Notre-Dame hanno condiviso le loro esperienze con l’attuazione della procedura di sostegno alla decisione in fine vita  nei servizi di  rianimazione, e di emato-oncologia.

La riunione e’ stata conclusa con l’intervento di Padre  Jean Ducruet s.j., presidente del Centre d’ethique universitarie e rettore emerito dell’Universita’ Saint Joseph, che  ha fatto il punto sull’aspetto legale della questione  e messo l’accento sul dilemma  che si pone  ai medici  nel momento in cui  si tratta di fare scelte terapeutiche  complesse  in caso di malati in fin di vita.

Tocca a padre Ducruet concludere  insistendo sulla nozione di proporzionalita’ delle cure come definito dal Papa Giovanni Paolo II nell’”Enciclica sul valore e l’inviolabilita’ della vita umana”, che ha insistito sulla necessita’ di risolvere i  problemi che pone la situazione del paziente in fin di vita in funzione  del benessere del malato.

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Alcuni collegamenti

CONSIGLIO D’EUROPA

http://www.coe.int/DefaultIT.asp

Commissione Affari sociali AP adotta testo su assistenza malati in fin di vita [17/12/2004]La Commissione Affari sociali dell’APCE, riunita oggi a Parigi, ha adottato un progetto di risoluzione sull’accompagnamento dei malati in fin di vita. Il testo, redatto da Dick Marty (Svizzera, LDR) propone che gli Stati membri del Consiglio d’Europa definiscano ed attuino “una vera politica di accompagnamento ai malati in fin di vita che non susciti il desiderio del malato di mettere fine ai suoi giorni”. A questo scopo propone misure quali la promozione di cure palliative, senza dimenticare che il loro obiettivo è alleviare la sofferenza del malato, “con la consapevolezza che, in alcuni casi, contribuiscano ad abbreviare la loro vita” e la definizione di codice di etica medica per evitare l’attuazione di inutili terapie che possono rientrare sotto la nozione di ‘accanimento terapeutico’. Il testo ricorda il diritto del malato “capace di discernimento, di rifiutare con coscienza di causa le terapie proposte” http://www.coe.int/NewsSearch/Default.asp?p=nwz&id=5642&lmLangue=5

http://assembly.coe.int/ASP/APFeaturesManager/defaultArtSiteView.asp?ArtId=119

http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/encyclicals/documents/hf_jp-ii_enc_25031995_evangelium-vitae_it.html

Evangelium vitae Johannes paulus PP.II

ai vescovi ai presbiteri e ai diaconi
ai religiosi e alle religiose
ai fedeli laici e a tutte le persone di buona volontà
sul valore e l’inviolabilità della vita umana
1995.03.2565. Per un corretto giudizio morale sull’eutanasia, occorre innanzitutto chiaramente definirla. Per eutanasia in senso vero e proprio si deve intendere un’azione o un’omissione che di natura sua e nelle intenzioni procura la morte, allo scopo di eliminare ogni dolore. «L’eutanasia si situa, dunque, al livello delle intenzioni e dei metodi usati».76

Da essa va distinta la decisione di rinunciare al cosiddetto «accanimento terapeutico», ossia a certi interventi medici non più adeguati alla reale situazione del malato, perché ormai sproporzionati ai risultati che si potrebbero sperare o anche perché troppo gravosi per lui e per la sua famiglia. In queste situazioni, quando la morte si preannuncia imminente e inevitabile, si può in coscienza «rinunciare a trattamenti che procurerebbero soltanto un prolungamento precario e penoso della vita, senza tuttavia interrompere le cure normali dovute all’ammalato in simili casi».77 Si dà certamente l’obbligo morale di curarsi e di farsi curare, ma tale obbligo deve misurarsi con le situazioni concrete; occorre cioè valutare se i mezzi terapeutici a disposizione siano oggettivamente proporzionati rispetto alle prospettive di miglioramento. La rinuncia a mezzi straordinari o sproporzionati non equivale al suicidio o all’eutanasia; esprime piuttosto l’accettazione della condizione umana di fronte alla morte.78

Nella medicina moderna vanno acquistando rilievo particolare le cosiddette «cure palliative», destinate a rendere più sopportabile la sofferenza nella fase finale della malattia e ad assicurare al tempo stesso al paziente un adeguato accompagnamento umano. In questo contesto sorge, tra gli altri, il problema della liceità del ricorso ai diversi tipi di analgesici e sedativi per sollevare il malato dal dolore, quando ciò comporta il rischio di abbreviargli la vita. Se, infatti, può essere considerato degno di lode chi accetta volontariamente di soffrire rinunciando a interventi antidolorifici per conservare la piena lucidità e partecipare, se credente, in maniera consapevole alla passione del Signore, tale comportamento «eroico» non può essere ritenuto doveroso per tutti. Già Pio XII aveva affermato che è lecito sopprimere il dolore per mezzo di narcotici, pur con la conseguenza di limitare la coscienza e di abbreviare la vita, «se non esistono altri mezzi e se, nelle date circostanze, ciò non impedisce l’adempimento di altri doveri religiosi e morali».79 In questo caso, infatti, la morte non è voluta o ricercata, nonostante che per motivi ragionevoli se ne corra il rischio: semplicemente si vuole lenire il dolore in maniera efficace, ricorrendo agli analgesici messi a disposizione dalla medicina. Tuttavia, «non si deve privare il moribondo della coscienza di sé senza grave motivo»: 80 avvicinandosi alla morte, gli uomini devono essere in grado di poter soddisfare ai loro obblighi morali e familiari e soprattutto devono potersi preparare con piena coscienza all’incontro definitivo con Dio.

Fatte queste distinzioni, in conformità con il Magistero dei miei Predecessori 81 e in comunione con i Vescovi della Chiesa cattolica, confermo che l’eutanasia è una grave violazione della Legge di Dio, in quanto uccisione deliberata moralmente inaccettabile di una persona umana. Tale dottrina è fondata sulla legge naturale e sulla Parola di Dio scritta, è trasmessa dalla Tradizione della Chiesa ed insegnata dal Magistero ordinario e universale.82

Una tale pratica comporta, a seconda delle circostanze, la malizia propria del suicidio o dell’omicidio.

Una mia opinione personale

Il caso di Eluana Englaro e’ stato secondo me quanto di piu’ mostruoso, violento, inaudito una persona poteva fare nei confronti di una persona in stato vegetativo da 17 anni e della sua famiglia –Come hanno potuto, persone che si dichiarano  cristiane, cattoliche  fare una cosa simile, completamente prima di empatia, di solidarieta’ di amore per queste persone. Io rivendico la liberta’ per loro (cristiani e calttolici integralisti) a poter scegliere di  vivere come ha vissuto Eluana se e’ questo che desiderano ma rivendico la mia liberta’e quella di altri  a fare altre scelte.

Ammiro il padre di Eluana per il suo grande coraggio e la sua grande forza e sono vicina a lui e alla madre per il grande dolore e la sofferenza vissuta.

Mi chiedo come i governi italiani abbiano potuto permettere situazioni dolorose di questo genere (sono purtroppo ancora molte le persone in queste condizioni) e come allo stesso tempo possano schierarsi in difesa della vita –

Considero soprattutto i cattolici praticanti, integralisti e  decisamente  feroci e violenti, i primi a non amare gli altri e la vita, che Dio mi salvi da loro.

Mi sono sempre dichiarata cattolica ma sto pensando che forse e’ meglio allontanarsi da una chiesa disumana.

Rivendico con forza il diritto a disporre della mia vita e a non voler essere sottoposta a inutili torture (anche la tortura e’ contro la vita) per me e per i miei familiari.

Mi viene un dubbio, nel nostro mondo in cui tutto e’ in funzione dell’economia, forse anche dietro questa lotta contro eutanasia e per la difesa dell’accanimento terapeutico vi sono interessi  economici – Le 40 cliniche private che esistono in Italia da chi sono finanziate, chi ci guadagna in tutto questo?

E’ la persona che interessa e anche il suo benessere oppure il mercato che c’e’ intorno a tutte queste situazioni disperate?

Le resistenze dei politici della Casa delle Liberta’ (di quali liberta’ parlano? Di quella  per molti di andare all’estero a morire e della condanna per altri a morire di tortura in Italia? Oppure parlano della loro liberta’ di fare quello che vogliono?) mi fa pensare che siano gli interessi economici a spingere certe scelte.


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L’acquisizione della cittadinanza libanese

Nel registro di stato civile libanese sono trascritte solamente tutte le informazioni che riguardano  i cittadini libanesi.

Per acquisire la cittadinanza libanese alla nascita e’ necessario:

          essere nati da padre libanese 

          essere nati in libano da padre di nazionalita’ straniera, di cui non si e’ potuto acquisire la nazionalita’

          essere nati in Libano da genitori sconosciuti. Tutti i bambini trovati in territorio libanese, salvo prova contraria, si presume siano figli di genitori sconosciuti.

          Essere figlio illegittimo che scopre la sua parentela con  un padre o una madre libanese, prima della sua maggiore eta’, sia per riconoscenza che per decisione degli uffici giudiziari.

E’ considerato illegittimo il figlio nato da una donna celibe o da genitori sconosciuti, o alla persona che accetta di prendere in carico il bambino illegittimo di indirizzare il certificato di nascita.  In quel caso possono solamente decidere il nome  del bambino. Non sara’ fatto il nome del padre se non nel caso in cui il padre decide di riconoscerlo o da mandato ad una terza persona di riconoscerlo a suo nome e al suo posto.

E’ vietato alla persona  che intesta il certificato di nascita  e all’ufficiale in carico del registro di statuto personale di  menzionare il nome della madre salvo che quest’ultima dichiari essere la madre del bambino, o che un giudice stabilisca  la sua maternita’.

In virtu’ della legge  541 promulgata in data 24-7-1996, in applicazione  della convenzione internazionale dei diritti dell’infanzia, ha formalmente vietato  agli ufficiali  pubblici  che rilasciano  le carte di identita’ o gli estratti  di stato civile di inserire non importa quale espressione  che lasci sottintendere che il titolare  e’ un bambino illegittimo, o che  e’ figlio di genitori sconosciuti.  Possono farlo solo su richiesta della persona interessata o del tribunale in caso di bisogno.

Se non registrate il vostro matrimonio presso lo stato libanese e  partorite in Libano l’unico modo per trasmettere la cittadinanza e’ dichiarare  che il figlio e’ nato da madre nubile e all’occorrenza lasciate che suo padre lo riconosca ulteriormente.

Questo modo di procedere e’ un modo per aggirare  una legge che discrimina le donne  nella trasmissione della cittadinanza.

Fonte:  riv. mensile Femme – diritti delle donne art. di Lina Zakho

http://beirut7.blog.kataweb.it/2009/01/15/la-donna-libanese-non-puo-trasmettere-la-nazionalita-ne-ai-propri-figli-ne-al-marito-straniero/


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La donna libanese non puo’ trasmettere la nazionalita’ ne ai propri figli ne al marito straniero

Il diritto di trasmissione della nazionalita’ e’ un diritto all’accesso a tutti i diritti che la cittadinanza comprende, quindi, comprende diritti alla sicurezza sociale, alla sanita’, all’educazione, al lavoro, al voto.

 In Libano e’ riconosciuto il legame di sangue e non il legame con il territorio, ma nonostante questo, vi e’ una discriminazione tra uomo e donna.

L’uomo puo’ trasmettere la nazionalita’ alla moglie straniera e ai figli ma la donna no.

Il “ Collectiv pour la Recherche et la formation sur le developpement – Action” CRTDA, ha presentato un progetto di legge in parlamento, viene richiesto che siano tolte tutte le riserve libanesi sulla convenzione per l’eliminazione di ogni genere di discriminazione contro le donne (CEDAW) e che il diritto di nazionalita’ sia accordato alle libanesi. Il collettivo ha organizzato manifestazioni, sit-in e incontrato i politici, queste sono alcune dichiarazioni rilasciate: il Ministro dell’Interno Ziyad Baroud, ha dichiarato che “e’ un diritto naturale sul quale stiamo lavorando per trasformarlo in un diritto garantito dalla legge”, il patriarca maronita Nasrallah Sfeir ha rilevato “la necessita’ di interessarsi al diritto delle donne libanesi a trasmettere la nazionalita’”, il Primo Ministro Fouad Siniora ha dichiarato di “aver gia’ presentato un progetto di legge che permettera’ alle donne di trasmettere la loro nazionalita’ ai figli dopo dieci anni di matrimonio”. Il CRTDA ha chiesto al ricercatore Kamal Feghali di redigere un progetto di legge che si basi sull’idea di uguaglianza tra uomini e donne davanti alla legge. Questo progetto propone emendamenti alla legge del 1925 e del 1960 su tutti gli articoli che discriminano la donne, chiede inoltre il diritto di trasmettere la nazionalita’ al marito e ai suoi figli con un effetto retroattivo e senza discriminazione di nazionalita’. Questo progetto si fonda sull’uguaglianza di diritti evocati dalla Costituzione, dalla Convenzione sull’eliminazione delle discriminazioni contro la donna (CEDAW). Tra gli articoli che il CRTDA chiede di modificare , vi e’ quello che recita : ” e’ libanese ogni persona nata da un padre libanese”, che secondo il CRTDA dovrebbe essere modificato in “ e’ libanese ogni persona nata da un padre libanese o madre libanese”. Altro articolo essenziale, e’ quello che stipula che “ tutte le donne straniere sposate ad un libanese diventano libanesi dopo un anno dalla registrazione del matrimonio” che viene proposto di modificare come segue:” tutte le donne straniere sposate ad un libanese e tutti gli uomini stranieri sposati ad una donna straniera, diventano libanesi dopo un anno dalla registrazione del matrimonio”.

 Chi purtroppo non e’ compreso in questi progetti di legge, forse una svista, forse non si e’ voluto fare, gli articoli del quotidiano non accennano a queste persone, sono i figli degli eventuali coniugi stranieri, i quali non otterranno la nazionalita’ libanese. Anche questa e’ una grande discriminazione che potrebbe creare situazioni di disagio in ambito familiare a danno soprattutto dei figli.

 I figli di donne libanesi sposate o non con stranieri e quindi senza la nazionalita’ libanese si scontrano quotidianamente con una serie di problemi e umiliazioni, ogni anno sono obbligati a fare la coda presso gli uffici della Sicurezza generale per rinnovare la carta di soggiorno, a pagare delle tasse alle quali vanno aggiunte le tasse per il permesso di lavoro, non possono esercitare tutte le professioni, non possono frequentare le scuole pubbliche, se lavorano non vengono inquadrati ne’ assicurati, se non trovano lavoro vengono avviate inchieste nei quartieri mettendo cosi’ la persona in difficolta’ anche con i vicini, se non studiano o non lavorano hanno difficolta’ ad ottenere il permesso di soggiorno, se il marito non e’ libanese, tutto viene intestato alla donna libanese. Una delle giustificazioni riguarda la paura che in questo modo i palestinesi potrebbero aggirare l’ostacolo e ottenere la cittadinanza libanese, il rifiuto dell’insediamento dei rifugiati palestinesi sembra essere la scusa, ma questo non vale per gli uomini che possono comunque trasmettere la loro cittadinanza anche ad una donna palestinese.

I casi censiti di libanesi coniugate con stranieri sono circa 1375. Di queste il 57% sono sposate con iracheni, il 14,3% ad egiziani, l’11% a giordani ani, il 5,1% a francesi, il 2,1% a siriani, l’1,8% a iraniani, l’1,6% ad americani, , 1,3% a turchi, 1,2% a canadesi, 1,2% a germanici, e 1,1% a palestinesi. Questa ricerca e’ stata fatta da UNPD-POGAR. Fonte: L’Orient Le Jour dell’8 dic 2008 Libano,Donne, cittadinanza,legge,

http://beirut7.blog.kataweb.it/2009/01/15/lacquisizione-della-cittadinanza-libanese/


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Violenza coniugale

Traduzione dal francese articolo pubblicato sulla rivista femminile Femme dic 2008

“Violenza coniugale o la legge del silenzio”

La violenza coniugale e’ universale, nella nostra societa’ assume un aspetto particolare, per il sol fatto, che non sempre e’ passibile di sanzioni. Il “raggruppamento democratico di donne libanesi” pubblica due studi, uno studio affronta l’aspetto legislativo e l’altro e’ il risultato di un’inchiesta sul territorio. Le donne maltrattate subirebbero dunque una doppia violenza sapendo che sino ad oggi il nostro codice penale non le protegge in alcun modo. Si parla di una discriminazione giuridica. Questi due studi hanno costituito l’ oggetto di un lavoro di tre anni. Le conclusioni di questa doppia inchiesta sono state presentate il 25 novembre 2008, Giornata mondiale per l’eliminazione della violenza contro le donne. I risultati sottolineano una certa permissivita’, una tolleranza rispetto alla violenza contro le donne. Il nostro sistema patriarcale metterebbe questa violenza in rapporto diretto con l’educazione, le credenze religiose, la moralita’. Eppure, il Libano ha ufficialmente aderito alla Convenzione per l’Eliminazione di ogni tipo di discriminazione contro le donne dal 1996. Pero’ , con certe riserve, si tratta degli articoli 9 e 29, poiche’ la madre libanese non puo’ trasmettere la nazionalita’ ai suoi figli e al marito.

Una legislazione discriminatoria

Altre discriminazioni persistono in alcuni testi di legge, come quella relativa al delitto d’onore, all’adulterio o all’aborto. L’adulterio non viene sanzionato equamente: la donna che commette il reato e’ passibile di 2 anni di carcere mentre per l’uomo la sanzione prevede due mesi di carcere e un ammenda. Le leggi relative al codice dello Statuto Personale che risale al codice ottomano della famiglia del 1917…! La violenza coniugale (che rientra nel registro dello Statuto Personale) risulta essere una struttura sociale ancestrale, un sistema patriarcale, in cui prevale la dominazione e l’ermetismo, e quello di cui soprattutto gode e’ l’intoccabilita’ della legislazione. Le nostre 18 comunita’ religiose monopolizzano, ciascuna secondo le proprie regole, i problemi relativi alla famiglia e allo statuto personale. Solo i Tribunali Religiosi deliberano su tutto quello che e’ un atto che appartiene al Diritto di Famiglia. In piu’ lo Stato si astiene di far applicare i fondamenti dei Diritti dell’Uomo nel Diritto di Famiglia. Al momento della presentazione della parte legislativa dello studio citato piu’ sopra, gli avvocati che vi hanno partecipato, Maitre Marie Rose Zalzal et Ghada Ibraim, hanno insistito sulla necessita’ di realizzare un codice civile per la famiglia e un progetto comprendente misure di protezione delle vittime della violenza coniugale. E’ necessario in ugual misura dare al potere giudiziario un diritto di visione su tutti i casi di violenza domestica e istituire un tribunale speciale per deliberare sulle problematiche famigliari oltre ad un codice di sanzioni penali nei confronti di chi pratica questa forma di violenza. Secondo il “Comite’ pou l’Elimination de la Discrimination a l’Egard des Femmes” CEDEF (Comitato per l’Eliminazione della Discriminazione nei Confronti della Donna,) la polizia e il personale dei Tribunali religiosi non e’ stato sottoposto ad alcuna formazione per trattare problematiche di questo tipo. Per quel che riguarda i servizi offerti alle vittime il “Rapporto sul Paese dell’Osservatorio sui Diritti Umani” afferma che il governo libanese non ha adottato alcuna procedura particolare per permettere alle vittime di ottenere un assistenza medica. Un’altra questione preoccupante riguarda quello che la DEDEF chiama il “rispetto della vita privata familiare secondo la tradizione”, il quale impedisce di tenere inchieste approfondite sulle questioni relative alla violenza domestica. La discriminazione nei confronti delle donne musulmane e’ ancora piu’ acuta nei testi di legge sullo Statuto Personale, particolarmente per quanto riguarda la figura del tutore. Sapendo che la donna musulmana – anche vedova – e’ sempre considerata come minore. Rimane a tempo indefinito sotto la tutela di un uomo: padre, sposo, fratello, etc. Lo stesso vale per quel che riguardai figli e l’eredita’(in alcune comunita’, 2 figlie ereditano tanto quanto il figlio maschio ).

Le ONG alla riscossa

 In Libano, nessuna autorita’ ha il potere di intervenire all’interno della coppia. Quando una donna si lamenta rivolgendosi al commissariato di polizia, non se ne tiene conto. Il funzionario le chiedera’ tutt’al piu’ , cos’ha fatto per essere arrivata a quel punto? In ogni caso le consigliera’ in modo bonario di regolare la situazione in famiglia. Nel peggiore dei casi, tentera’ di sedurla, in termini piu’ chiari, la molesta sessualmente. Se la donna prende l’iniziativa di abbandonare il domicilio coniugale, puo’ essere obbligata con ordinanza del tribunale religioso a far ritorno al domicilio. La violenza coniugale non e’ causa di divorzio. Un certificato medico che confermi le violenze subite non costituisce una prova sufficiente… Allora, le ONG, offrono alle vittime un sostegno psicologico, consigli giuridici e favoriscono la sensibilizzazione della societa’ al problema. Questo e’ il caso dell’ONG LECORVAW (Lebanese Council to Resist Violence Against Women) che nel 2005 ha realizzato con l’associazione Information and Comunication Technology for Development in the Arab Region, un cd-rom sulla legislazione del diritto familiare e sulle domande frequentemente poste su questo argomento. E’ stato distribuito a operatori sociali e a numerose organizzazioni governative, non governative e religiose in Libano. Il presidente di “Chercheurs Centaux en Droit Penal” (Central Penal Researchers)afferma che il codice penale libanese non riconosce la violenza fondata sul sesso. Peraltro, con l’articolo 562 del codice penale modificato dal decreto del 20 febbraio 1999, l’uomo che uccide una donna “per aver compromesso l’onore della famiglia” e’ sanzionato, ma beneficia delle circostanze attenuanti.

Donna libanese: il miraggio della liberta’…

…Nel senso che diamo al giorno d’oggi alla parola “liberazione”. E malgrado le apparenze di liberta’ o uguaglianza, le donne, che siano musulmane o cristiane, e’ ancora sottomessa ai diktat degli uomini e del clero. E come sostiene Caroline Succar Slaby, dottore in sociologia e specializzata nei conflitti coniugali, la donna libanese si situa tra tradizione e modernita’. Se la nostra societa’ ha subito qualche cambiamento “apparente”, calcato sul modello occidentale, questo cambiamento non e’ fondamentale, resta superficiale. L’esperienza occidentale e’ differente dalla nostra. “Mentre in Occidente, la donna ha rivendicato i suoi diritti in quanto donna , e’ prima di tutto al suo corpo che ha fatto riferimento. Il diritto alla contraccezione e all’aborto le ha dato il diritto di agire sul suo corpo come desidera. Non vi e’ niente di tutto questo da noi, spiega la specialista. Se cominciamo a liberaci dalle nostre costrizioni tradizionali del nostro modo di vivere, questo tentativo viene subito soffocato, sapendo che le nostre leggi non sono cambiate. La percezione che la donna libanese ha di se stessa non e’ cambiata. Si accontenta di imitare la donna occidentale per piacere agli uomini o agisce con reale convinzione? Questa sfumatura e’ molto importante”, aggiunge la sociologa. Che dire di una giovane ragazza che decide di avere rapporti sessuali al di fuori del matrimonio e che chiedera’ al suo medico di restituirle una verginita’ prima di mettere la fede al dito? La si puo’ qualificare come “libera”?

300 donne hanno testimoniato…

Lo studio condotto sul campo ha toccato 300 donne provenienti da diverse regioni, appartenenti a ambienti socio culturali ed economici differenti. Eppure, le conclusioni dell’inchiesta mostrano che tutti questi fattori non hanno veramente cambiati i dati, non hanno avuto un ruolo significativo nel grado di violenza subita. “Si ha l’impressione che una certa permissivita’, se non una reale legge del silenzio si sono ancorate nello psichismo di queste donne. Giustificano il comportamento del loro “carnefice” che avrebbe quasi il diritto “di sfogarsi” per il solo fatto che lavora tutta la giornata, o che ha preoccupazioni professionali, etc…Le donne istruite beneficiando di un bagaglio culturale sostanziale reagiscono come le loro omologhe incolte o inattive.”

 Multiple forme di violenze

Per cominciare, la violenza fisica si manifesta con veri castighi corporali e altri schiaffi e botte. Varia all’infinito. Certe donne subiscono sevizie da piu’ anni! Si rifugiano nel silenzio, perche’ non sanno cosa fare. Perse, nemmeno considerano di bussare alla porta di casa per paura di essere accusate di aver volontariamente abbandonato il domicilio coniugale. Capita che i figli prendono posizione. Cosi’ il figlio prende esempio dal padre. Convinto di avere il diritto di imitarlo, lo potra’ anche sostituire nel suo compito se il capo famiglia dovesse per esempio assentarsi, viaggiare! Sorvegliera’ lui sua madre e le sorelle. In queste famiglie, il padre, spesso autoritario , alleva (soprattutto) i suoi figli con questi valori. Di tutte le violenze coniugali lo stupro rimane, secondo le testimonianze, la forma di sevizie piu’ usata nella coppia. Questa violenza riveste forme perverse. Vi sono uomini che esigono a volte di avere rapporti sessuali davanti ai loro figli! Altri costringono le loro mogli a fare l’amore con un altro uomo di loro scelta, di solito a pagamento! Le donne provano enormi difficolta’ a parlare di questo genere di violenze, in quanto questo genere di violenza tocca troppo da vicino la loro intimita’ . “Ma ancora, aggiunge la sociologa, le donne picchiate diventano spesso vittime di stupro, perche’ esse finiscono per rifiutare di fare il loro “dovere coniugale”… E’ un circolo vizioso…” La violenza verbale e la violenza psicologica sono anche molto frequenti. La prima si traduce nel proferire minacce che spingono alcune a mollare la presa, semplicemente ad arrendersi. Quanto alla seconda, prende forme diverse. Che dire di un uomo che vieterebbe a sua moglie di lavorare? Con il pretesto di assicurare le entrate necessarie, vuole che la moglie rimanga a casa. Questo tipo di persona non e’ raro e lo si ritrova anche in ambiti socioculturali di livello elevato. Il nostro sistema patriarcale conferisce all’uomo un diritto, quello di “possedere” la sua donna. Tutte queste violenze sono concatenate! Tutto comincia con uno o due insulti, seguiti da botte, che saranno a loro volta seguite da stupro. Donne martiri Come reagiscono le vittime dopo aver subito queste sevizie? La maggior parte di loro “perdona” il marito, constata la sociologa. “Pazienza e sacrificio, sono le parole principali” seguite da “il silenzio e’ d’oro”. Temono le minacce, altre punizioni e lo scandalo. I panni sporchi, non si lavano in famiglia? Allora, non rimane che sperare un cambiamento nel loro congiunto.”

Perche’ un uomo diventa violento?

Si tratta molto spesso di un uomo che ha subito la stessa sorte nel corso dell’infanzia. Puo’ essere stato picchiato dal padre, puo’ essere stato testimone di aggressivita’ verso sua madre da parte del padre. Tuttavia nella maggior parte dei casi, l’uomo violento, ha una madre castratrice alla quale vive molto attaccato. Questa diventa fonte di conflitto nella coppia, spingendo il figlio contro la moglie. Questo marito violento e’ il piu’ delle volte istruito, attivo, realizzato nella vita, con una buona rete di relazioni sociali. Quanto alla vittima, teme di perdere l’affidamento dei figli e sceglie la rassegnazione. Senza contare che in caso di divorzio, diventa piu’ “vulnerabile”, come sostengono le donne brutalizzate . “Le rare figlie di Eva che hanno avuto il coraggio di lasciare il domicilio coniugale si sono ritrovate assolutamente sole, rifiutate dai loro piu’ cari amici”, precisa la sociologa. “Si ritrovano casi di questo genere anche nell’ambiente benestante”

Presente sul campo dal 1976, l’associazione”Rassemblement Democratique des femme Libanaise” ha creato dal 1995, nel quadro della sua campagna di lotta contro la violenza nei confronti delle donne, sei centri di ascolto in Libano. Psicologhi e avvocati assicurano una presenza regolare, ma numerose vittime della violenza non osano presentarsi. L’associazione organizza ugualmente le conferenze e pianifica le campagne di sensibilizzazione nei media, le scuole e le universita’. La responsabile Caroline Succar Slaiby, sociologa e ricercatrice, prepara una tesi sulla psicologia sociale e lavora sui conflitti coniugali.

M.S.B. 

http://beirut7.blog.kataweb.it/2007/10/01/imenoplastica-ricostruzione-della-verginita/

http://beirut7.blog.kataweb.it/2007/09/27/il-delitto-donore/

http://beirut7.blog.kataweb.it/2009/01/17/spettacolo-teatrale-per-sensibilizzare-la-popolazione-libanese-sulla-violenza-domestica/


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Libano – Lavoro e diritti

Divieto di discriminazione -Un decreto del 2000 ha modificato la legge sul lavoro vietando al datore di lavoro  discriminazioni tra uomo e donna nel mondo del lavoro sia per quanto riguarda il tipo di lavoro, il salario, l’impiego, le promozioni, l’avanzamento, l’attitudine professionale e l’abbigliamento.

Da dicembre 2008 il salario minimo e’ passato da 200.000LL a 500.000LL circa 250 euro, anche le indennita’ di trasporto sono state aumentate dal I novembre 2008 a 8000 LL circa 4 euro.

Orario di lavoro: la durata massima del lavoro e’ di 48 ore settimanali ma sono permesse deroghe per casi d’urgenza che possono portare l’orario giornaliero a 12 ore, gli straordinari vengono retribuiti con una maggiorazione del 50% delle ore ordinarie.

Durante la giornata e’ prevista un’ora di riposo ogni volta che l’orario eccede le 5 – 6 ore continuative di lavoro.

Il riposo settimanale non puo’ essere inferiore a 36 ore ininterrotte, ma il datore di lavoro puo’ scegliere il giorno di riposo  e puo’ accordarsi con il lavoratore in base alle necessita’ lavorative. 

Tutti i lavoratori dipendenti hanno diritto dopo un anno di lavoro  a 15  giorni retribuiti di congedo annuale.

La gravidanza -La donna incinta ha diritto a 7  settimane di congedo per maternita’ comprendenti il periodo anteriore e quello posteriore al parto su presentazione di un certificato medico che indica la data presunta del parto. Durante il congedo la lavoratrice ha diritto all’intera  retribuzione.

E’ vietato  inviare avvisi di licenziamento  ad una donna incinta di 5 mesi o piu,’ o in congedo per maternita’, e in generale a tutti i lavoratori dipendenti in congedo annuale o in congedo per malattia a meno che non sia dimostrato che stia lavorando altrove durante questi periodi.

 

Fonte: Rivista femminile Femme – dic 08 – diritti della donna

 


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ONG – Associazioni non governative in Libano

Numericamente molte, ma poche attive!

 Visti gli insuccessi nell’assistere i cittadini in settori sociali e di sviluppo oltre ad altri ambiti, le associazioni non governative giocano un ruolo importante nel riempire questo vuoto. Comunque, molte di loro sono quasi inattive o perseguono interessi personali.

Istituzione delle ONG

Le ONG e le associazioni sono state istituite con  la Legge  del ventinovesimo di Rajab, che corrisponde al 3 agosto 1909.

E’ conosciuta come  la legge di Medhat Pasha, commissario ottomano in Siria.

La legge fu emendata tra il 1928 e il 1932. Molti esperti in legge considerano questa legge moderna, tanto che non impone  all’associazione l’obbligo di  ricevere il permesso  dal governo ma  solo di notificarne la formazione.

Dall’altro lato la legge non distingue tra le differenti associazioni (politiche, caritative e altre).

Violazioni della legge

I governi successivi  hanno violato questa legge  e costretto  le associazioni a dover ricevere un Certificato di Fatto prima di iniziare l’attivita’. Ottenere un Certificato di Fatto significa far passare mesi,  in  quanto la Sicurezza Generale usa indagare l’associazione ed i suoi fondatori prima di concedere il permesso.  Inoltre, l’istituzione di una associazione spesso

richiede  una approvazione politica.

Nuove norme

Nel maggio 2006, atto del Ministero dell’Interno e delle Municipalita’ Ahmad Fatfat  ha emanato la circolare nr  15/am/2006,  disponendo un nuovo meccanismo per l’emissione  del Certificato di Fatto.

Il Ministro ha cancellato le norme precedenti e chiesto ai fondatori di ogni associazione  di sottoscrivere una richiesta del Certificato di Fatto, includendo il nome dell’associazione, l’indirizzo, lo statuto, l’ identita’ dei fondatori.

Dopo aver ricevuto le richieste, il ministero prendo nota dell’istituzione dell’associazione, senza rinvii ad altre autorita’, neppure un’autorita’ di sicurezza che usa indagare l’associazione.

Sciogliere un associazione

L’associazione si scioglie con il ritiro del Certificato di fatto.  Questo richiede un  decreto del Governo che include le motivazioni di questa decisione (per esempio,  crimini commessi contro  la sicurezza dello Stato,  inattivita’,  incapacita’ di raggiungere  gli obiettivi  previsti dallo statuto).

Organizzazioni non governative nel nord del Libano

Vi so no 707 ONG registrate nelle regioni del nord del Libano. Comunque il numero delle ONG attive, che hanno obiettivi sociali, culturali e ambientali  raggiunge le 390, che  rappresenta il 55% delle associazioni totali registrate.

Le ONG nel nord sono distribuite  per Qada’a  (Provincia)

Distribuzione di ONG  nel nord del Libano divise per Qada’a

Qada’a

ONG registrate

ONG attive

Koura

45

24

Bsharreh

17

10

Zgharta

48

28

Batroun

61

48

Trablous

319

176

A’akkar

147

62

Minieh – Dinnieh

70

42

Fonte: Informationi International – tratti da Gazzetta Ufficiale e Uffici di Ricerca

 Traduzione parte art. rivista mensile The Monthly nr 70 maggio 2008


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Libano – meta degli omosessuali in Medio oriente

Poco tempo fa, forse un paio di mesi fa,  all’ ABC di Achrafiye avevo notato la presenza di molti gay, come se all’improvviso fossero usciti allo scoperto. Coincideva con la pubblicazione su un quotidiano o settimanale locale, non ricordo bene, di un’articolo che, come quello che riporto qui sotto, parlava del Libano come meta di turismo omosessuale nel Medio Oriente. In una societa’ apparentemente liberale come il Libano, trovo quetso atteggiamento decisamente coraggioso. Se la situazione dovesse cambiare in peggio essere usciti allo scoperto potrebbe essere estremamente pericoloso per loro. 

 

Libano – meta degli omosessuali in Medio OrienteL’omosessualita’, continua a suscitare obbrobrio, nonostante il Libano sia sinonimo di una relativa liberta’ di costumi.“Beirut ? E’ una bolla di liberta’ per gli omosessuali” afferma Georges Azzi il coordinatore di Helem , prima associazione gay del mondo arabo. “Qui gli omosessuali sono molto piu’ liberi, molto piu’ visibili rispetto ad altri paesi arabi o anche altre localita’ del Libano, sicuramente perche’ siamo una societa’ eterogenea a tutti i livelli, politico, religioso, culturale,  e dunque abituata alle differenze” aggiunge alludendo alle 18 comunita’ religiose presenti in questo piccolo paese di 4 milioni di abitanti.Con i suoi bar, caffe’ e locali notturni, gay o “ gay-friendly”, Beirut  e’ diventata  una destinazione privilegiata delle vacanze per numerosi omosessuali benestanti  del mondo arabo, del Golfo, dell’Egitto e della Giordania che fuggono dall’atmosfera pesante dei loro Paesi. 

Helem e’ stata fondata nel 2004, collabora con il Ministero della Salute nella lotta contro l’AIDS e milita per la depenalizzazione dell’omosessualita’. Anche se l’omosessualita’ non e’ espressamente citata  nel codice penale, l’art. 534 prevede pene che vanno fino ad un anno di detenzione per le relazioni  sessuali contro natura.“Inizialmente, i media venivano a vederci come quando si va allo zoo” dice Georges Azzi ridendo“,  ma oggi, siamo  riconosciuti e rispettati”.Una evoluzione anche nel linguaggio “ Nei media libanesi, siamo passati da pervesi e depravati a omosessuali semplicemente”, spiega Bilal, responsabile del centro beirutino di Helem.Anche se  il Libano  e’ piu’ permissivo  del resto dei paesi arabi, la vergogna,la paura di uno scandalo  e dell’esclusione,  restano molto forti. “ Visto da fuori, il Libano e’ un paese liberale, che rispetta le liberta’ individuali. Ma noi restiamo prigionieri degli sguardi degli altri della famiglia, della religione, dell’autoritario sistema patriarcale”, stima Linda  Chartouni, ricercatrice in psicologia  sociale dell’Universita’ libanese. “Vi sono omosessuali minacciati di morte da membri della propria famiglia, altri vengono esplusi dal liceo o lasciano il Paese” rincara  Bilal.E certamente conducono una doppia vita per salvare le apparenze.[…]” Le lesbiche , sono doppiamente stigmatizzate”  assicura Nadine, 25 anni, una delle fondatrici di Meem, gruppo di sostegno alle lesbiche libanesi. “Non c’e da illudersi, il Libano resta un paese maschilista, conservatore, dove le donne sono vittime della discriminazione.  Se i m iei genitori non mi lasciano uscire, non e’ perche’ sono  gay, ma prima di tutto perche’ sono donna.”Per   Chartouni Zahm “i libanesi vogliono mostrare  al mondo arabo che sono aperti, che sono all’avanguardia. Ma nell’inconscio della maggior parte delle giovani persone rimangono le idee  conservatrici dei genitori”.Ines Belaiba (AFP) 

La difficolta’ di essere gayGli omosessuali sono passibili di sanzioni severe nella maggior parte dei paesi arabi.In Mauritania, Sudan, Arabia Saudita, Yemen e negli Emirati Arabi Uniti, l’omosessualita’ e’ in teoria, un crimine passibile della pena capitale. In pratica, flagellazione e detenzione sono le pene piu’ comuni.Nel Bahrein, la sodomia e’ pIn Egitto, anche se l’omosessualita’ non e’ considerata ufficialmente come  un delitto, una legge relativa alle depravazioni prevede pene  fino a tre anni di detenzione e puo’ essere utilizzata per perseguire gli omosessuali.Il 4 ottobre in Arabia Saudita, regime ultraconservatore che applica la “charia” o legge islamica, due uomini sono stati condannati a  7000 colpi di frusta ciascuno dopo essere stati riconosciuti colpevoli di sodomia. Nel mondo, piu’ di 70 paesi penalizzano ancora l’omosessualita’.“Perversi”, “depravati”, “delinquenti sessuali”, o ancora, “peuple de  Loth” e “adoratori di Satana”, restano alcune delle denominazioni utilizzate per descrivere gli omosessuali.Innegabilmente tabu’, la questione dell’omosessualita’ espisodicamente esce dall’ombra.in certi paesi. Questo tema e’ stato affrontato nel best-seller L’immeuble Yacoubian (2002) dell’egiziano Ala’ al-Aswany, adattato al cinema, e piu’ recentemente nel film Caramel di Nadine Labaki. Spesso trattata come patologia occidentale, eppure l’omosessualita’ e’ evocata nella letteratura classica araba. Il grande poema arabo Abou Nawwas (VIII secolo d.C.) e’ nell’esempio il piu’ eclatante, dichiara  di preferire gli efebi alle donne. 

L’Orient Le Jour 6 novembre 2007